Il comportamento predatorio

Il comportamento predatorio è un comportamento istintivo che fa parte dell’etogramma del cane domestico, ovvero del catalogo dei comportamenti normali che caratterizzano la specie.

Come tutti i comportamenti istintivi, nell’azione predatoria si può osservare una risposta diversificata del cane in rapporto ad uno stesso stimolo, in quanto la soglia di reazione dell’animale varia in rapporto alle condizioni ambientali e allo stato fisiologico del soggetto.

I comportamenti istintivi sono una forma di adattamento e corrispondono ai comportamenti caratteristici di una specie.

Essi presentano due componenti principali:

1)  Comportamento appetitivo o di ricerca: componente variabile da un soggetto all’altro

2) Azione finale: componente non variabile e geneticamente programmata

Il cane domestico (Canis familiaris) trae le sue origini dal lupo (Canis lupus) ed entrambi sono animali predatori. Essi trovano le loro prede cercandole direttamente e, dato che spendono la maggior parte del tempo in questa attività, essi mostrano i “pattern” comportamentali relativi al sistema investigativo più frequentemente di tutti gli altri sistemi (Scott e Fuller, 1975).

Il cane domestico utilizza ancora oggi le tecniche per non farsi notare dalle prede, ad esempio tenersi sopravvento e rotolarsi su carogne per dissimulare il proprio odore, scalciare per marcare il territorio con l’odore delle ghiandole interdigitali, marcare con l’urina o lasciare escrementi su sassi (Boitani, 2000).

I lupi sono cacciatori non specializzati che cacciano diverse tipologie di prede e si cibano di qualunque fonte di nutrimento disponibile (Scott e Fuller, 1975): la dieta del lupo è costituita da carne, ma anche da una quantità di vegetali quali erbe, frutti e da insetti. (Mech, 1970).

Prima di cominciare una battuta di caccia, i cani da caccia ingaggiano un tipo di comportamento sociale molto simile a quello dei lupi. Murie (1944) ha descritto il rituale dei lupi come segue: “una considerevole cerimonia spesso precede la partenza per la caccia: in genere c’è una generale compartecipazione e molto scodinzolamento”. Per i cani da caccia, Estes e Goddard (1967) hanno descritto un comportamento simile: “gioco e caccia tendono a diventare progressivamente più selvaggi e ad attraversare un climax in cui i cani girano in tondo insieme e lanciano richiami all’unisono”. Dopo queste cerimonie di gruppo i membri escono alla ricerca della preda.

Il cane presenta diversi tipi di aggressività predatoria a seconda del tipo di preda che caccia. Per le prede di piccola taglia, la sequenza è considerevolmente costante da un soggetto all’altro: il cane salta a piedi uniti, verticalmente, orecchie dritte, pelo della regione dorso lombare eretto, e ricade con i due arti anteriori sulla preda. Il salto si ripete più volte, fino a quando la preda viene immobilizzata. Essa viene poi afferrata con le mascelle e scossa vigorosamente, provocandone la frattura del collo (Pageat, 1999).

Per le prede di grandi dimensioni, si osserva una caccia in gruppo, il cui svolgimento dipende dall’organizzazione gerarchica. La preda è identificata dopo una fase di ricerca, che determina la fuga della stessa. Tale fuga è il fattore che determina lo scatenamento del successivo comportamento predatorio nel cane. Una preda che resta immobile ha tutte le possibilità di essere ignorata. Dopo la fase di ricerca segue una corsa che mira a costringere la preda a fermarsi e ad affrontare i suoi inseguitori. Quando tale obiettivo è raggiunto, i cani mordono la preda, prevalentemente ai posteriori quindi uccisa con morsi diffusi e alla gola.

Rispetto alla tecnica predatoria nel lupo, che è raffinata ed essenziale, nel cane domestico si osserva poca esperienza, dovuta in particolare a un mancato percorso di apprendimento, e azioni di natura istintiva. La tecnica è grossolana e disordinata, i morsi sono casuali e disseminati su tutto il corpo, imprecisi, tali da causare gravi lesioni lacere da scuotimento sulle masse muscolari; la scena dell’aggressione si presenta confusa con spargimento di peli e con un elevato numero di capi feriti (in caso di abbondanza di prede).

Rispetto al parente selvatico, i cani quasi mai attaccano per fame e spesso non mangiano gli animali uccisi. Se consumano le prede, preferiscono le parti muscolari e spesso mangiano gli animali ancora vivi.

Il comportamento predatorio è un comportamento difficilmente sopprimibile, perché istintivo. L’educazione può in parte aiutare a migliorare la gestione ed interessa in particolare la componente variabile del comportamento istintivo, ma anche in questo caso non è possibile annullare il comportamento predatorio. Significherebbe agire contro natura, snaturare il cane, e questo non è possibile.

 

Per questa ragione sono fondamentali la prevenzione, il controllo e la valutazione del contesto da parte del proprietario, ricordandosi che tale comportamento è favorito dalla stimolazione ambientale, dalla pulsione predatoria, ma può essere peggiorato da un deficit di socializzazione.

Con la selezione artificiale l’essere umano ha provocato delle modificazioni relative all’istinto predatorio nel Canis familiaris , in particolare differenze tra i gruppi di razze. Nei diversi contesti storici e geografici l’essere umano ha infatti selezionato il cane per renderlo utile nei diversi compiti (caccia, guardia, difesa, conduzione delle greggi ecc) scegliendo per la riproduzione quei soggetti che presentassero le caratteristiche morfologiche e comportamentali più adatte.

 

Nell’ambito dell’istinto predatorio si osservano delle variazioni sia rispetto all’antenato selvatico che tra le diverse razze canine:

  • Cani da pastore e bovari: le razze “herding” sono state selezionate per troncare la naturale sequenza predatoria (Coppinger e Schneider,1995). Nei cani “pizzicatori” e nei bovari la sequenza predatoria è stata troncata a livello del morso per afferrare la preda (Andina, 2002). Si tratta di cani impiegati ancora oggi per il raggruppamento delle greggi che hanno subito una selezione per le sequenze riferite a fissare o inseguire la preda (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001). Nei bovari svizzeri, cani da fattoria tuttofare, usati come guardiani e per il traino dei carretti del latte, l’istinto predatorio sembra essere ridotto al minimo (Andina, 2002)

  • Cani da difesa e utilità: si tratta di un gruppo piuttosto eterogeneo che annovera cani di tipo bull (che in passato erano impiegati tanto nella caccia quanto nei combattimenti), razze da difesa, da guardia e molossi da soccorso (Terranova, S. Bernardo ecc). In generale i cani da guardia o da protezione hanno subito una selezione volta a far mostrare i comportamenti associati all’inibizione dell’uccisione e del frazionamento della preda, legate alla fase finale della sequenza predatoria (Overall, 2001), mentre le razze “guarding” sono state selezionate per mostrare poco o niente affatto il comportamento predatorio (Coppinger e al, 1995).

  • Cani primitivi e spitz: in questo gruppo sono presenti le razze filogeneticamente più vicine al lupo (sia a livello morfologico che comportamentale). Scott e Fuller (1965) li ritengono le uniche razze in grado di sopravvivere ancora in ambiente naturale. Infatti sono il gruppo che, insieme ai cani da caccia, risulta essere più dotato di istinto predatorio.

  • I cani da caccia sono attualmente impiegati nell’attività venatoria sia in qualità di terragnoli (cani da tana, che affrontano il selvatico nei cunicoli) sia nelle prove di riporto, di punta, di ferma o di pista. I soggetti appartenenti a queste razze sono quindi selezionati per manifestare interesse nei confronti delle prede naturali e sono infatti il gruppo con l’istinto predatorio più marcato.

  • Cani da compagnia: in questo gruppo, selezionato per vivere attualmente a fianco dell’uomo in ambiente prettamente urbano, gli istinti primordiali sono controselezionati. Infatti essi conservano comportamenti infantili anche da adulti come la richiesta di attenzioni, la propensione al gioco e lo scarso istinto predatorio.

Ovviamente tutte queste differenze finiscono per mescolarsi profondamente quando si parla di incroci e di meticci.


Sebbene si osservino delle sostanziali differenze, le razze canine presentano comunque caratteristiche condivise selezionate dall’uomo da quando sono state domesticate, anche in funzione dell’ambiente e delle attività che hanno condiviso con la nostra specie. La selezione dell’uomo si è fatta particolarmente intensa a partire dall’età vittoriana, quando si diffuse la moda delle razze con ragioni prettamente estetiche, che ha portato alla differenziazione delle molteplici razze moderne dotate di standard morfologici anche molto dettagliati.

Ma quanto un comportamento può essere legato a fattori razziali?

 

Secondo uno studio in grado di dimostrare una base genetica nel comportamento del cane, pubblicato sul server di pre-print bioRxiv, alcune regioni del DNA possono contribuire a modellare alcuni tratti comportamentali, ma esse non stabiliscono un’associazione causativa tale da determinare la presenza di quella specifica caratteristica comportamentale.

Nel cane come nell’uomo, le caratteristiche comportamentali sono caratteri con una base genetica complessa legata a numerosi geni, ma fortemente influenzata anche dall’ambiente e dalle esperienze che i soggetti hanno incontrato nella loro storia evolutiva e nel corso della loro vita.

Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo delle caratteristiche peculiari di ciascuna razza e di ciascun individuo all’interno di ognuna.


E tutto questo è bene sottolinearlo, in quanto sarebbe sbagliato generalizzare le basi genetiche e affermare, ad esempio, che una razza come l’American Pitbull terrier è aggressiva mentre il Labrador Retriever è buono!

 

 La distorsione che viene fatta troppo spesso è credere che le razze abbiano comportamenti specifici riconducibili solo alle basi genetiche. Questo non fa che alimentare solo pregiudizi su alcune razze e portare le persone a fare scelte sbagliate e a generalizzare.

Quando però il cane inizia ad attaccare persone o cose, o dà la caccia ad oggetti in movimento come biciclette e automobili, il comportamento predatorio diventa un problema e si è di fronte ad un disagio comportamentale. Di norma i cani con aggressività predatoria non danno segnali preliminari di avvertimento come il ringhio; ciò distingue questa tipologia dalle altre in cui invece è frequente la minaccia. Il suo trattamento è sicuramente difficile e richiede molto tempo e notevole impegno.

Dott.ssa Emmanuela Diana

Dottore Magistrale in Scienze Biologiche Spec. Biologia Animale

Consulente Etologa Zooantropologa di Etologia Consapevole®

Fondatrice del metodo Etologia Consapevole®

www.etologiaconsapevole.it

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